Patrimonio culturale e vs/spazio pubblico

di Francesca Imperiale – Board Member ENCATC
(pubblicato il 22 marzo 2017)

Ogni transizione, indipendentemente dal moto che la origina, ha in sé gap conoscitivi e di competenza diversi che condizionano status mentali e modus operandi del presente, proiettandoli, a seconda della sensibilità e dell’esperienza di chi la vive, alla chiusura e verso il passato – percepito più sicuro perché conosciuto – o viceversa, verso l’apertura e il futuro – percepito come opportunità sebbene imprevedibile. L’incertezza si può dire sia la condizione psicologica dominante e pervasiva dell’agire umano.
Senza ulteriori approfondimenti, pare senza dubbio evidente la coerenza di rispondere all’incertezza con la cultura, nel senso di strumenti culturali idonei a conoscere, informare e formare nuovi stati mentali e modalità operative. La ricerca, la formazione e la comunicazione paiono dunque componenti e veicoli culturali importanti e portanti di un tale ragionamento generale.
Riguardo all’Europa Unita nata 60 anni fa, le evidenze di tale transizione sembrano riflettere, in modo più o meno esplicito ed intenso, un disallineamento, a diversi livelli, rispetto alle ragioni, ai modi dello stare insieme e agli obiettivi comuni dell’azione sinergica e, di conseguenza, un non trascurabile problema di tenuta della membership che per il futuro ne mette in discussione la stessa esistenza. Ciò a sua volta rende l’Europa instabile, non convincente, nel confronto esterno.
Il problema e, in stretta connessione, l’opportunità/adeguatezza di ricorrere alla cultura, andrebbe affrontato in maniera analitica, secondo una logica di causa-effetto, sulla base delle mutate condizioni culturali, sociali ed economiche di contesto che nel corso degli ultimi 60 anni hanno di fatto influito sui bisogni, sui comportamenti e modi di vivere dei cittadini europei e, in stretta connessione, delle comunità a livello locale in rapporto alle proprie istituzioni e ad un progetto di Europa Unita fortemente voluto e nato in condizioni storiche comunque diverse.
Prima ancora di vagliare soluzioni, sarebbero dunque auspicabili ragionamenti basati sull’evidenza, per comprendere le origini del problema, i punti di forza e di debolezza delle scelte passate, e valutare, con metodo scientifico, pro e contro di ogni opzione di scelta futura.
Siamo in una fase di problem setting, utile per svestirsi di sovrastrutture, pregiudizi e paradigmi noti, non ancora quindi in una fase di problem solving.
Ad ogni modo, alla base non si può dire che non vi siano anche questioni di tipo identitario: dapprima, in termini di memoria storica e collettiva, successivamente di appropriazione creativa e patrimonializzazione culturale comune. Pare che nel processo di costruzione ed implementazione delle condizioni di operatività europea comune, sia stato trascurato un parallelo processo di educazione civica all’Europa Unita e di costruzione di un’identità europea capace di evolversi (adattandosi ai cambiamenti) in armonia all’evoluzione delle identità individuali, a cui ora preme porre rimedio. L’antitodo chiama in causa certamente la cultura, giacchè si discute di atteggiamenti, comportamenti, stati mentali, rappresentazioni e modi di vivere delle persone in relazione agli altri e alle istituzioni: certo, ora secondo una prospettiva ex-post che richiede interventi riparatori per il passato e preparatori delle condizioni migliori per affrontare il futuro, tanto da discutere di self-disruption della mission europea mettendo al centro la cultura.
La Cultura e l’Uomo?!
Considerarli separatamente sarebbe un grave errore! Certo, la cultura è una componente umana, ma non l’unica, e si rischierebbe, parlando di cultura al centro, di non considerare altre componenti umane che pure ne influenzano la dimensione culturale. Parlerei piuttosto dell’Uomo in senso olistico, risultante dall’interazione di corpo e anima, senza alcuna gerarchizzazione dei bisogni (Maslow andrebbe messo dunque in discussione!) e della condizione umana come l’essere individuo, specie e società allo stesso tempo (E. Morin, 2001).
Significherebbe porre al centro lo Sviluppo Umano, e considerare la cultura, per come qui intesa, un asset strategico in tale direzione. Politiche di tipo unitario ed integrato sarebbero allora non solo necessarie, ma una scelta obbligata tanto alla scala locale quanto a quella europea.
Che la cultura nelle sue diverse espressioni sia in grado di produrre benefici a livello individuale e sociale, ed importanti impatti sul piano economico, è un fatto orami ampiamente condiviso in letteratura e documentabile attraverso numerose best practices di confidence-building, community engagement, cross-fertilization, creative industries, storytelling su cui istituzioni ed operatori culturali lavorano da anni con risultati importanti (http://www.encatc.org/en/resources/, CHCfE 2015).
Un ruolo di prima linea, dunque, dovrebbe essere affidato in primis agli istituti e agli operatori culturali, alle università, ai centri di ricerca e di formazione, avendo il coraggio di abbandonare gli schemi e le prospettive del passato, per ricercare formule istituzionali ed operative che possano essere ispirate in senso olistico, dal dialogo interdisciplinare, interorganizzativo, intersettoriale, esplorando paradigmi meno meccanicistici e più ecosistemici di orientamento e funzionamento (L. Bonet & F. Donato, 2011; B. Sibilio & F. Donato, 2015).
Patrimonio culturale e vs/spazio pubblico
Riguardo al patrimonio culturale in rapporto allo spazio pubblico ENCATC sta preparando il proprio contributo per il 2018 – Anno Europeo per il Patrimonio Culturale – portando all’attenzione le attività di ricerca e di formazione che università e operatori culturali membri, di diversa provenienza disciplinare, stanno conducendo interrogandosi sul ruolo e la sostenibilità del patrimonio culturale europeo in questa epocale fase di transizione.
L’aspetto portante della riflessione, declinata nelle risposte qui di seguito, è prioritariamente legato al paradigma da adottare nell’interpretare il rapporto tra patrimonio culturale – spazio pubblico – cittadini – identità, in relazione al quale poi programmare specifiche politiche e azioni.
Come può la componente culturale influenzare la nostra esperienza nello spazio pubblico?
Agendo sulla sfera emozionale ed intellettuale, la componente culturale può predisporre l’individuo verso migliori performance relazionali, migliorando le personali abilità comunicative e sensitive e producendo importanti benefici privati aventi effetti di spillover pubblico, tra cui la capacità empatica (capacità neuro-cognitiva di riconoscere l’altro e di “mettersi nei suoi panni”) (Rand Coorporation 2004; John D. Carnwath & Alan S. Brown 2014, CHCfE 2015). Ciò presuppone, tuttavia, la fruizione continuativa di contenuti culturali. Invero, il consumo reiterato di cultura nel tempo è in grado di determinare, a livello differito, la trasformazione dei benefici intrinseci di tipo immediato (prevalentemente di tipo emozionale e simbolico) in un generale stato di benessere psico-fisico che predispone l’individuo agli altri, alla famiglia, al lavoro di gruppo, alle relazioni sociali. A livello cumulato, tali predisposizioni alimentate dal consumo culturale e dalle relazioni interpersonali attivate, sono suscettibili di consolidarsi in termini di fiducia, tolleranza, coesione sociale dando luogo così ad importanti processi di accumulazione di capitale sociale (Alan S. Brown, 2006).
Non solo, dunque, l’esperienza individuale ne risulterebbe migliorata, ma a lungo andare anche la qualità dello spazio pubblico (fisico, virtuale o immateriale che sia), in termini di accessibilità, uso collettivo ed affidabilità. E’ bene tuttavia sottolineare che un siffatto processo – di apprendimento – può determinare anche effetti totalmente opposti: tutto dipende dai messaggi culturali veicolati e fruiti. Chi si trova nella posizione di crearli, manipolarli e comunicarli ha pertanto una grande responsabilità, che deve essere vagliata non tanto per i suoi effetti immediati, quanto per quelli suscettibili di dispiegarsi nell’arco di 10-20 anni.
Quali iniziative culturali possono essere intraprese per coinvolgere i cittadini sia a livello individuale che collettivo in contesti vissuti da realtà identitarie sempre più multiformi? L’arte e la cultura nello spazio pubblico: perché e per chi?
In primo luogo, indurre alla fruizione culturale, individuale e/o collettiva, presuppone un lungo processo di “educazione alla cultura” e al patrimonio culturale individuale e comune, che evidentemente deve poter essere avviato fin dalle prime fasi dell’apprendimento umano. Il mondo dell’istruzione primaria e secondaria deve esserne pertanto protagonista, in quanto responsabile di una parte importante del processo formativo dell’individuo e cittadino di domani.
In secondo luogo, nella definizione dei contenuti e quindi delle iniziative culturali, a maggior ragione in contesti multiformi, gli interrogativi che si pongono alla progettazione culturale possono essere i seguenti: Autorità o Mediazione? Top-down o bottom-up? Accesso o Partecipazione? Attrattività o Appartenenza?
Se l’obiettivo di lungo termine è quello di creare fiducia (mettere ognuno nelle condizioni di poter riconoscere e affidarsi all’altro) allora deve essere riconosciuto a tutti il diritto di partecipare alla vita culturale, secondo i principi del pluralismo culturale che come europei abbiamo già condiviso. Quale cultura, appunto?! Partire da una seria ed onesta riflessione sull’attuazione della Convenzione di Faro ritengo possa rappresentare una giusta occasione per un cambiamento di paradigma in tema di patrimonio culturale in rapporto al cittadino e allo spazio pubblico. Non si può dunque non affrontare e snocciolare con priorità la chance di concepire il patrimonio culturale in termini di comunità di eredità patrimoniali, a ciò adeguandone la goverance e indirizzandone le politiche. Il cambiamento di paradigma porterebbe allora ad individuare iniziative culturali con spirito di mediazione culturale e approccio bottom-up, riconoscendo ad ogni cittadino il ruolo di protagonista attivo e come risultato atteso la creazione di senso di appartenenza ad una comunità.
Qual è la relazione tra partecipazione culturale e impegno civico?
Per quanto già più sopra espresso, tra partecipazione culturale ed impegno civico vi è innanzitutto una relazione di mezzo a fine, che si qualifica nel concetto più ampio di cittadinanza attiva, specificamente nella consapevolezza di valori condivisi che spinge le persone a mobilitarsi per la cura e lo sviluppo di beni comuni (J. Dewey, 1992)
Tale relazione è tanto più efficace quanto più elevata è la qualità della partecipazione alla vita culturale. Uno strumento utile a valutare la qualità della partecipazione può essere quello, che la letteratura prima e la prassi poi, hanno definito in termini di scala della partecipazione del cittadino alla definizione delle politiche pubbliche (informazione, consultazione, coinvolgimento, collaborazione, empowerment), declinata in modelli partecipativi già sperimentati in ambito museale. Personali approfondimenti scientifici mi consentono di affermare che in presenza di strategie di coinvolgimento più intenso, del tipo co-creativo e di empowerment, non solo la partecipazione culturale ne risulta incrementata, ma ad aumentare sono anche gli effetti in termini di impegno civico del cittadino nella comunità di riferimento (F. Imperiale & V. Terlizzi, 2015).
Considerando poi tale relazione alla scala intergenerazionale, essa può essere qualificata anche in termini di diritto a dovere. Il dovere (l’impegno civico) del cittadino di oggi che altro non è che il riconoscimento di un pari diritto al cittadino di domani. Forse, è il tempo di concentrarsi sui doveri dei cittadini, sui doveri della politica, (ri)costruendo sulla base dei diritti delle generazioni future (S. Settis, 2012).
Come favorire l’aggregazione di domanda europea che pur esiste e costruire la cittadinanza europea del futuro?
Essere uniti nella diversità alla scala europea richiede uno sforzo enorme ed onesto di riconoscimento prima e di mediazione poi delle plurali identità, per re-inventare narrative in cui le differenze possano riconoscersi nelle comuni relazioni culturali: un linguaggio comune per e della cultura europea (che evidentemente non può consistere solo nell’uso di una moneta unica!)
Il patrimonio storico-artistico, diffuso in tutt’Europa, ben si presta a questo, e la sfida è quella di rappresentarlo e narrarlo mettendone in evidenza gli aspetti di comunanza e di specificità delle diverse culture, secondo i principi di una «conoscenza pertinente capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali» (E. Morin, 2001). Si dovrebbero a tal fine favorire percorsi di approfondimento di tipo interdisciplinare ed interventi didattici ad hoc negli istituti e nei luoghi preposti alla formazione e alla fruizione culturale.
L’errore da non commettere è quello di perseverare nella spettacolarizzazione della cultura per esigenze legate alla mera attrattività e massimizzazione della spesa turistica, rischiando di trasformare luoghi di significato in non luoghi (M. Augè, 2009).
Dove allocare le risorse per un uso più efficiente: software strategico per un buon hardware? Quale rapporto tra investimenti nel patrimonio storico e quelli per il futuro?
In considerazione delle riflessioni più sopra esposte, le risorse dovrebbero essere allocate prioritariamente in attività di ricerca interdisciplinare e formazione del pubblico nelle diverse fasi del percorso di apprendimento individuale, con ciò volendo intendere anche gli investimenti nel patrimonio storico-artistico, di cui per il futuro, esaltare in maniera più decisa la funzione educativa e sociale, ponendo maggiore attenzione alle chiavi e agli strumenti di lettura e fruizione contemporanei.
Il rapporto tra tali investimenti e quelli per il futuro dovrebbe intendersi, anche qui, in termini di mezzo a fine, nel senso di investire nel passato e nella tradizione identitaria tramandataci, come fonte di capacità creativa (Lazzaretti, 2011) in cui (ri)trovare i punti fermi da re-inventare in una visione per il futuro.

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