Europa e spazio pubblico

di Giuseppe Giannotti – vicedirettore Rai Cultura e Rai Storia
(pubblicato il 21 marzo 2017)

Siamo qui per parlare di identità europea, cultura, comunicazione, nuove tecnologie e spazio pubblico. Il tutto partendo da una semplice domanda: La cultura salverà l’Europa? Ora, si sa, le domande semplici sono quelle più complesse. Anche perché in questo caso la risposta, a mio avviso, non può racchiudersi in un SI o in un NO. Infatti rispondendo in modo affermativo – sì, la cultura salverà l’Europa – si potrà sempre ribaltare la domanda e dire: l’Europa salverà la cultura? E qui la cosa si complica.
Ma partiamo dall’Italia per poi arrivare all’Europa. Partiamo dall’Unità d’Italia, una delle frasi attribuite erroneamente al politico e scrittore Massimo D’Azeglio è: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Nel 1861 l’Italia era un paese di contadini. 26 milioni di persone che parlavano dialetti diversi e non si capivano fra di loro. Poi gradualmente, con le riforme scolastiche e l’estensione del diritto di voto, e altre politiche sociali le cose cambiarono e gli italiani impararono a conoscersi e a riconoscersi come italiani. Ma forse l’evento che maggiormente ha unito gli italiani è stato un evento drammatico: la Grande Guerra. Calabresi, toscani, siciliani, abruzzesi, da tutte le regioni, gli italiani sono andati a combattere per l’Italia e lì, nel fango della trincea, più dell’Italia, hanno scoperto gli italiani e hanno imparato a scrivere .Tra il 1915 e il 1918 furono inviate quasi 4 miliardi di lettere. Su scala nazionale i tassi di analfabetismo scesero dal 48,5% al 27,4%.
La scuola, la politica, la trincea e la scrittura sono stati, dunque, degli “spazi pubblici” dove incontrarsi. “Spazi pubblici” per conoscersi e capirsi. Spazi che hanno contribuito al sorgere di un sentire comune che oggi chiamiamo identità. Poi, e siamo al secondo dopoguerra, è arrivata la Televisione e lo “spazio pubblico” è diventato “servizio pubblico” con un progetto pedagogico-nazionale. Il contributo della Rai alla creazione di uno “spazio pubblico nazionale” è stato fondamentale. Non è stato facile. Venivamo dal fascismo, c’era stata la tragedia della guerra civile, bisognava “ri-unire” gli italiani e per certi versi “ri-farli”. Programmi come Lascia o raddoppia o Non è mai troppo tardi – solo per fare alcuni titoli – hanno avuto un ruolo molto importante. Umberto Eco e Tullio De Mauro hanno detto che la televisione ha unificato linguisticamente il paese riuscendo laddove la scuola non era riuscita. Quello della Rai è stato dunque un progetto pedagogico-nazionale che calava sugli italiani dall’alto, muovendo dalla cultura, dalla radici umanistiche, per affermare un “noi”. È la storia della televisione italiana, ma è quello che è successo, con sfumature diverse, anche negli altri stati europei.
Oggi, con le nuove tecnologie, le cose sono cambiate. Siamo passati dall’analogico al digitale, le piattaforme si sono moltiplicate (web, digitale terrestre, satellite, smartphone) il consumo si è personalizzato. Siamo entrati nell’era del video on demand, dell’interattività della televisione. Il pubblico non è più un fruitore passivo, ma interagisce. Partecipa a votazioni e sondaggi. Commenta in tempo reale quello che sta vedendo. È evidente che questa “rivoluzione” implica un ripensamento dello “spazio pubblico” che deve allargarsi seguendo e sfruttando i sentieri dell’innovazione tecnologica facendo però confluire tutte queste risorse in una direzione capace di affrontare le sfide del nostro tempo. E, parlando di Europa, la sfida è quella di costruire una identità europea. Spesso, parafrasando la celebre frase sul fare l’Italia e gli italiani, si sente dire: Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei. È vero e la televisione può ancora dire la sua costruendo uno spazio pubblico non più, anzi non soltanto, nazionale ma sovranazionale. Appunto uno “spazio pubblico europeo”. Se cinquant’anni fa la sfida era quella di “fare” gli italiani mostrando loro cosa poteva ri-unirli, oggi la sfida è quella di “fare” gli “europei”, mostrando cosa lega un italiano ad un francese, un francese ad un tedesco, uno spagnolo ad un austriaco e così via di paese in paese.
Ma da dove ri-partire? Da una parola e due direzioni. La parola è cultura. Le due direzioni sono interconnessione e bellezza. Dunque, cultura interconnessa e bellezza della cultura. La prima, già esistente, consiste nella proliferazione di tecnologie (hardware e software) che connettono e interconnettono persone creando nuove reti sociali. La cultura interconnessa si fonda sul dialogo e rappresenta un vero “spazio pubblico” benché virtuale. Dobbiamo lavorare affinché questo “spazio pubblico” diventi un “luogo” non solo di apprendimento ma anche un luogo di incontro. Penso a quello che è stato per la storia della cultura europea un luogo, anzi uno “spazio pubblico”, come l’università di Bologna. Lo ha ricordato Umberto Eco nella sua lectio magistralis tenuta al Quirinale nel novembre del 2014. Il tema era L’Europa della cultura e Eco parlava agli studenti italiani. All’Università di Bologna, la più antica d’Europa (nata nel 1088), sono passati grandi studiosi come Copernico, Erasmo da Rotterdam, Paracelso, Durer. Provenivano da paesi diversi, viaggiavano e l’università era pronta ad accoglierli, appunto uno “spazio pubblico”. Con Umberto Eco, al Quirinale, c’era anche Renzo Piano che ha parlato della bellezza e di come la bellezza possa unire le persone. Piano, nel suo intervento, ha ricordato la costruzione del Centro Nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou.
Uno “spazio di pubblico” dove la cultura sposa la bellezza favorendo il dialogo. Un luogo d’incontro fin dalla sua progettazione e costruzione. Voluto dalla Francia, progettato da un architetto italiano e costruito con enormi blocchi d’acciaio realizzati da fabbriche tedesche che nella seconda guerra mondiale avevano prodotto cannoni. Ecco, parlando di Europa, un esempio concreto di “ricostruzione”. Concludendo la “cultura interconnessa” consente l’incontro tra persone diverse, la “bellezza della cultura” le unisce. Non so se la cultura salverà l’Europa, ma sicuramente farà la sua parte. E questa missione avrà più possibilità di riuscita se la politica le riconoscerà il ruolo che le spetta.

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