Europa – comunicazione e/vs ricostruzione

di Giuseppe Giannotti – vicedirettore Rai Cultura e Rai Storia
(pubblicato il 21 marzo 2017)

Cominciamo da un filmato. Una clip commemorativa realizzata alcuni anni fa in occasione dell’anniversario della Dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, primo discorso politico incentrato sul concetto di Europa Unita.
Il filmato racconta di alcune persone anziane, a casa, alle prese con una rilassante partita a carte. Improvvisamente il loro svago viene interrotto dai suoni, inequivocabili, di un attacco aereo. Gli anziani conoscono bene quei rumori e la loro reazione è immediata, si mettono sotto alla tavola in cerca di un riparo. Poi si sentono suoni di spari, vicini. Gli anziani si fanno coraggio, si armano di un coltello da cucina e decidono di affrontare la minaccia, attraversano un corridoio scendono nel garage sottostante e fanno irruzione, per scoprire i loro giovani nipoti alle prese con un videogame di guerra. A questo punto compare il claim “Virtual War – Real Peace”, guerra virtuale – pace reale, e infine il pay off “L’Unione Europea – in pace da oltre 60 anni”
QUI E’ POSSIBILE VEDERE IL FILMATO
E’ certamente una clip efficace, con un ottimo slogan conclusivo, preceduto, a guardarci bene, da una vivida immagine che fotografa la situazione attuale:
da un lato le nuove generazioni assorbite in un contesto sempre più digitale, virtuale, social certamente, ma a tratti anche “A-social”, perché il mondo del gaming è spesso altamente individuale, tende ad isolare non ad aggregare; e dall’altra parte le generazioni più mature, depositarie della memoria di un’Europa disunita, dilaniata dai conflitti mondiali.
Chi si occupa di media e comunicazione – e in particolare chi, come me, lo fa all’interno del Servizio Pubblico – sa bene che in questa constatazione si annida una delle grandi criticità che siamo chiamati ad affrontare: rinsaldare un anello reso sempre più fragile, incrinato, forzato, l’anello della memoria collettiva, che deve unire le generazioni, pena la dissoluzione stessa delle comunità, attraverso la perdita, progressiva e inesorabile, di elementi identitari. Che naturalmente nulla hanno a che vedere con la piaga dei nazionalismi, bensì con il loro superamento, attraverso, in primis, la condivisione di cultura, di sapere, di storia.
Quest’ultima è forse la superficie più ardua sulla quale muoversi. La storia dei vinti e dei vincitori è difficile da riconciliare. Fortunatamente da alcuni anni a questa parte sono in atto dei meccanismi di coproduzione europea creati proprio per poter raccontare grandi pagine del comune passato da più prospettive e punti di vista. Penso soprattutto alle produzioni in occasione degli anniversari legati ai conflitti mondiali, come ad esempio “I Diari della Grande Guerra” che abbiamo trasmesso sul
nostro canale, e che racconta il Primo conflitto attraverso le testimonianze di uomini e donne di tutte le nazioni coinvolte nella catastrofe.
Su questo aspetto molto si sta facendo, e l’EBU, Unione dei Servizi Pubblici Radiotelevisivi Europei, è molto attiva, ma moltissimo deve ancora essere fatto.
È mia convinzione che non si debba “attendere la storia”, non dobbiamo cioè aspettare che gli eventi e il tempo che viviamo si sedimentino nel passato, in memoria, senza condivisione. Oggi è possibile e va fatto. E i media sono strumento, veicolo, di fondamentale importanza. Non basta cioè condividere una rilettura di ciò che è stato, e degli errori commessi. Ora si deve condividere l’esperienza quotidiana, si deve e si può metterla a confronto, in ogni ambito, arte, scienza, lavoro, salute, divertimento.
E va fatto stando al passo coi tempi, senza preclusioni e preconcetti verso le nuove tecnologie ad esempio. Pena l’isolamento generazionale, una frattura ulteriore in un momento critico in cui siamo chiamati a combattere con ogni forza contro i processi di distruzione che mettono a repentaglio un futuro migliore.

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